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La difficile soluzione tra cacao e latte freddo - Teresa Sala PDF Stampa E-mail

La difficile soluzione tra cacao e latte freddo

 

Quel giorno dovevo andare con Giovanna a distribuire i notiziari comunali. Ai tempi d’oro, inizio dell’ultima decade di boom economico, quando nessuno che sapeva che era l’ultima, il Comune pagava noi adolescenti  del gruppo di volontariato per fare dei lavori. Distribuire i notiziari, appunto, oppure raccogliere carta, ferro, vetro, indumenti usati. Il volontariato era ancora legale.
E noi ci davamo dentro, dato che non solo il Comune ma anche i negozi, gli uffici, la gente, ci riempiva con simpatia di piccoli lavori affinché potessimo racimolare soldi con cui mantenere le nostre missioni sudamericane.

La passai a chiamare a casa. Sei fratelli, una cascina, la porta sempre aperta, una famiglia fuori dall’ordinario in quanto a scelte controcorrente.
Mi stupì, entrando, vedere Pato al tavolo della cucina, il fratello maggiore. Lui non c’era mai. Ovviamente persi per cinque minuti buoni la parola e la ragione. Pato: nome esotico di chi è nato in Sud America, dove aveva vissuto fino ai sei anni, carattere perfetto del leader, carismatico ogni cosa facesse, irraggiungibile e misterioso, un asso del pallone, un artista dei colori, un attore straordinario. E, ovviamente, figo da togliere il fiato, la parola e la ragione.
Il suo nome compariva scritto a paginate fitte fitte in pressoché tutte le Smemo delle ragazze del paese. Ma lui, o non lo sapeva, o se ne fregava.
-Ciao!- mi disse allegro
Noi piccole non osavamo nemmeno salutarlo. Vantarsi di essergli amiche era cosa ammessa solo dalle sedicenni in su.
Era intento a scalzare col cucchiaino pepite di cacao dal fondo di un bicchiere di latte freddo.
Erano le due del pomeriggio. Ed era la prima volta che mi rivolgeva la parola.
-Ciao…- risposi impacciata
-ti piace?- mi chiese mostrandomi il latte col cacao, con la bocca mezza marrone.
-…
-quello che c’è di magico, è che non si scioglie. Fantastico.
In quello arrivò Giovanna veloce, salutò suo fratello e ce ne andammo.

Così provai anch’io la difficile soluzione del cacao nel latte freddo. Ricetta: in un bicchiere perfettamente asciutto mettere un bello strato di cacao amaro, zuccherare un poco, mischiare. Versare il latte freddo. Poi col cucchiaino scalzare dal fondo degli iceberg di cacao che emergeranno in superficie. A questo punto questo goloso miracolo della chimica sarà pronto per essere gustato. Vi svelo un segreto: usate un bicchiere di vetro trasparente.

Passò qualche anno, e l’intera famiglia di Giovanna partì nuovamente per la missione. Pato rimase a casa qualche mese, per terminare la maturità, poi, solo, come se prendere un volo intercontinentale fosse qualcosa di assolutamente normale, raggiunse il Perù, dove rimase due anni, in una missione differente e distante dai suoi. Qualche volta scrissi anche a lui, allegando alle missive qualche tavoletta di cioccolato.

Tornò la famiglia, tornò la Giò, tornò Pato. Ma non fu più lo stesso. Aveva addosso l’argento vivo.
Prese il nostro gruppo di volontariato, che prima non filava di striscio, e lo ribaltò. Non fu più un passatempo, ma una scelta di vita. Diventammo più che amici, diventammo quasi fratelli. Eravamo sei/sette persone che sapevamo tutto uno della vita dell’altro, di come usavamo il tempo, i soldi, il cibo, lo studio, il cuore. Tutto. E ovviamente lui era il leader, niente di scritto, niente di ufficiale, ma era lui che correva di più, per amore dei poveri, o forse di un ideale di vita, o chissà.
E le sere che passavamo a lavorare spesso terminavano così, con quel piccolo enigma della difficile soluzione del cacao nel latte freddo.
In inverno anche caldo, ma allora la soluzione avveniva, eccome. In quel caso sostituivamo lo zucchero con il miele, vera goliardia per noi giovani che avevamo sposato l’essenzialità come ragione di vita.
Anni magici, una specie di sessantotto posticipato di trent’anni, quando i miei “normali” genitori si stupivano se restavo in casa una sera.

E Pato ripartì per due anni, e poi tornò, e poi ripartì, e poi tornò, e poi ripartì e quando tornò aveva finalmente deciso a chi darsi nella sua vita. Il  ragazzo irraggiungibile sarebbe stato di Dio. Il seminario lo frequentò in Brasile, dove tutt’ora, a trentacinque anni, prete, vive.
Ironia della sorte, nella sua parrocchia, vastissima e povera, molti lavorano nelle piantagioni di cacao. Dal teobroma alla teologia: anche il cacao è di Dio. Forse gli sarà più difficile trovare il latte…

Io ho cinque figli, vivo in una cascina dalla porta sempre aperta, sono stata in missione più volte. Continuo a mandare a Pato chili di buon cioccolato. Questi contadini, a cui dobbiamo moltissimo (come faremmo senza?), esportano un semplice e prezioso frutto, ma non conoscono l’estasi che dà la perfezione del prodotto lavorato. E’ una missione anche questa!

 

Teresa Sala